Home

laboratorio

contatti

 

 

 

 

 


 


Autoritratto con problemi: intervista a Nicola Rignanese

 

 

     

     

     

    Giovedì 20 dicembre, con Autoritratto con problemi, un’aiutobiografia, torna al Teatro Verdi di Monte San Savino Nicola Rignanese, noto attore comico.Torna con uno spettacolo fresco di vita che, dopo il debutto al Teatro Comunale di Bucine della settimana appena trascorsa, una sosta alla Casa Teatro di Limosa di Spigno Saturnia e varie altre anteprime e sperimentazioni nazionali, cerca di nascere definitivamente al pubblico tra le assi del palcoscenico di Monte San Savino. E parlare di “nascita”, in questo caso, sembra opportuno visto che Nicola Rignanese si esibirà nel racconto della sua propria storia di vita, incentrato in particolare sul rapporto con la sua famiglia, con la sua città d’origine e con la sua inquieta infanzia. Nicola, mi ha incuriosito leggere il sottotitolo del tuo Autoritratto: un’aiutobiografia! Che cos’è per te un’aiutobiografia? Un’aiutobiografia è attingere alle proprie storie e ai propri personaggi. Una situazione non proprio facilissima, tranquilla. Se c’è una cosa che mi interessa e che mi appartiene è il disagio, la crisi, il mettersi in difficoltà più o meno volontariamente. Per me questa “disperazione” è una fonte di lavoro dalla quale nascono i vari personaggi. E anche loro attingono da quella che è la mia vita, da quello che è il mio sguardo rispetto alle cose che vedo e che poi vado a tradurre con parole o azioni legate a dei personaggi teatrali veri e propri ma anche a quello che può essere, come in questo caso, il racconto della mia vita. C’è poi il senso di chiedere un aiuto alla mia biografia. La necessità, in questo momento, di fare un punto della situazione. Nello spettacolo compare Manuel, uno dei tuoi personaggi più famosi, di questi sabati anche in scena su Rai3. Qual è il rapporto di Manuel con la tua storia di vita? Sì, in questi giorni e prossimamente farò questa cosa con Antonio Albanese, di cui sono grande amico. Abbiamo fatto la scuola di teatro insieme ed ora questo Che tempo che fa con Fabio Fazio. Manuel è nato come figlio di Perego, il personaggio di Antonio, l’industriale milanese. Ci serviva un figlio deficiente del capitalismo italiano ed è venuto fuori Manuel che vive di slogan, di fashion e di vuoti. A me fa tenerezza. Nasce dal mio sguardo verso un certo tipo di persone, non necessariamente giovani. Anzi, sono molto più inquietanti i quarantenni o i sessantenni ancora con i capelli con la coda, con i pantaloncini di pelle, le sopracciglia scolpite, gli occhiali finti da vista, improbabili, e quant’altro. Fortunatamente non ho niente da spartire con Manuel però anche lui arriva dalla mia disperazione e mi sembra una buona sintesi dei tanti mondi improbabili che ci circondano, che siano il mondo delle veline, i mondi televisivi delle voci molto drammatiche che alla fine sponsorizzano la Simmenthal o di quei fotomodelli che per sponsorizzare un paio di mutande assumono facce da tragedia greca con relativa voce radiofonica molto “by Calvin Klein”. La scena del tuo Autoritratto, sebbene inizi vuota e buia, si popola presto di presenze, un po’ come la vita. Chi sono queste figure? Sono degli impiccati, dei sospesi. Gente che è un po’ morta e un po’ fantasma. Un po’ viva e un po’ no. Un po’ morirà e un po’ staremo a vedere. Sono citazioni dei miei personaggi. Un percorso difficile. Dopo tanti anni di lavoro uno non sa più bene che voce fare, che faccia fare, che corpo fare. Io, ciclicamente, mi stufo del lavoro che faccio. Vado in crisi. Ed è una crisi dalla quale devo passare per poter riuscire a raccontare qualcosa, a gestire la crisi e a non farmi gestire. Una condanna che vivo con il mio lavoro: da una parte non so fare altro e dall’altra vorrei fare tutt’altro. Mi piacerebbe passare attraverso l’immobilità, quasi radiofonica, di una voce, attraverso la manipolazione dei corpi, che sia io che li manipoli oppure altri, ma senza la violenza che hanno tanti registi sugli attori. Ed è così che è arrivata questa farsa, la messinscena di questi fantasmi, burattini, pupi. I miei personaggi, la mia famiglia, quel che resta di un ricordo e quello che è affiorato da un ricordo, un segno. E infatti sono appesi, sospesi, impiccati, afflosciati, senza vita. Si vedono le corde, ci sono delle sporcature, si vedono le mollette, un po’ come i panni stesi, come se fossimo in una situazione casalinga. Tu sei un attore che fa del rapporto con il pubblico e con l’improvvisazione un elemento prioritario della scena, anche se incalcolabile almeno finché lo spettacolo non inizia. Come sta cambiando il tuo Autoritratto e il racconto della tua storia, sul palcoscenico e dentro di te, man mano che aumenta il numero delle repliche? Il rapporto con il pubblico legato all’improvvisazione nasce dal rapporto con la mia inquietudine. Ho difficoltà a fare un testo e a fermarlo e a stare nelle regole. Odio far memoria. Diciamo che ho fatto di un vizio una virtù, dove ci riesco. Ma non sempre ci riesco. E comunque non mi piace il teatro che si dimentica del pubblico, l’altro elemento fondamentale di uno spettacolo. Vedere quegli spettacoli dove lo spettatore è al buio e gli attori vanno avanti per ore e ore disinteressandosi di lui, dei suoi movimenti, dei suoi colpi di tosse… anche se non bisogna essere sempre accondiscendenti, assolutamente. Anzi, il pubblico ha bisogno di sfide alte. Non è stupido come ce lo vogliono far credere. Per cui mi piace interagire con lui anche perché può essere un grande nutrimento per la scena. Il racconto cambierà sempre perché cambia ogni sera. C’è un’irripetibilità, un’unicità in quello che si fa. Non siamo mai uguali a noi stessi. È impensabile essere sempre uguali a se stessi. Non è possibile. Né bisogna ricercare per forza cose che sono avvenute in un certo momento. Come diceva Peter Brook dobbiamo tenerci con forza e lasciarci andare con dolcezza. E rispetto all’improvvisazione cito Eduardo: «Il pubblico quando viene a teatro vuole vedere l’attore morire». È lì che lo vuole vedere morire. E quindi l’improvvisazione è il mettersi in gioco. Perché se ti metti in gioco continuamente, rinnovando la scena, lo spettacolo, il testo, i personaggi, soltanto così riesci a ottenere qualcosa. L’invito è dunque a “mettersi in gioco”, a partecipare da spettatori, certo, ma a far parte anche di una scena e di un racconto. Di un aiuto-biografia, per l’appunto. MERCOLEDì 19 DICEMBRE 2007 09:06 - Gianni Micheli